PESCHIERA PONTIS

Pischer’e Pontis

  

Sino a circa 30 anni fa, nello stagno di Cabras , c’erano 4 peschiere: la peschiera "Pontis" , quella de “Su Pottu”, “Pischeredda” e “Sa Madrini”.

La piu' grande, e quella che ancora oggi rappresenta la piu' importante peschiera della zona, e' la peschiera di Pontis, caratterizzata, oltre che dalla sua grandezza, anche da un insieme di costruzioni presenti ancora oggi (seppure in buona parte esse siano semidistrutte). 

A questo proposito e' bene ricordare che l’altra estate il ministro dei Beni Culturali, Giovanna Melandri, ha fatto visita alla peschiera e, trovandosi d’accordo sul fatto che questi caseggiati, importante traccia che testimonia il passato e le usanze del nostro paese, non devono andare distrutti, ha promesso dei finanziamenti per un immediato restauro. E’ notizia dei nostri giorni che presto saranno disponibili 2 miliardi per un prossimo avvio dei lavori. 

Tra queste costruzioni la piu' grande era la casa riservata al padrone per le sue frequenti visite: “su poaziu” (il palazzo) dotata di piano terra e piano superiore, dove si firmavano contratti e avveniva il pagamento per la vendita dei pesci.

  C’era poi “s’omu eccia” (la casa vecchia), destinata al ricovero di pescatori che non lavoravano in modo continuativo nello stagno, e “s’omu noa” (la casa nuova) dove pranzavano in due distinti locali, ”zaraccus” (servi) e “pasrargius “ (capi peschiere).

  

I magazzini erano tre: uno riservato alle provviste del vino “su magasiu ‘e su i~u”, uno grande per la conservazione del pesce affumicato e della bottarga, per questo motivo il magazzino era anche chiamato “s’omu ‘e sa buttariga”, ed infine uno piccolo per la conservazione di materiali di vario tipo. Vi era poi, attigua a “somu eccia”,  “s’omu ‘e affumai”, una casetta destinata alla sola affumicatura del pesce;  

 

 

sotto di essa vi era un grande forno per l’affumicatura

 

 

C’erano, inoltre,“s’omighedda’ e su sai” (la casetta del sale) adibita a magazzino per la conservazione del sale ora completamente distrutta; “sa coxia” (la cucina) composta da due grandi stanzoni: uno col caminetto per l’inverno e l’altro dove si cucinava e si consumavano i pasti in estate;

 

“s’omu ‘e su fiau”, una costruzione per sorvegliare le anguille filatrote e infine 3 locali-loggiati destinati alla pesca dei pesci di cui uno ne vediamo qui sotto la fotografia

 

 

 Per ultimi, fuori dal cancello, ma non per questo meno importanti, vi erano una casa per la conservazione del giunco chiamata appunto “s’omu ’e su giuncu”, la chiesetta di San Vincenzo, l’unico locale recentemente restaurato ma anch’esso in pessime condizioni, “s’omu ‘e sa pighi”, per la conservazione della pece occorrente per il restauro delle barche ed infine “s’osteria” dove padrone e i compratori di pesce parcheggiavano i loro carri e carretti. Nella peschiera erano presenti diverse piccole capanne di falasco, “cruccuri” (ora completamente in legno) che avevano un aspetto molto simile alle odierne tende canadesi. Queste capannine, denominate “barraccheddas de castiu”, venivano utilizzate, a turno, da un guardiano che, coricato all’interno di esse, garantiva un controllo, pressoche' costante, della zona. Date anche le sue piccole dimensioni, l’unico arredamento era costituito da un materasso di crine o una stuoia, un cuscino e qualche coperta.

 

 

 

Dentro di esse si poteva accedere grazie ad una passerella

 

ma il resto della costruzione era paragonabile ad una palafitta poiche' per tre lati era circondata dall’acqua e veniva sostenuta da pali impiantati sott’acqua. La parte principale della peschiera era costituita da vari “sbarramenti” realizzati in canne e forniti di ”porticine” che, a loro volta, potevano essere aperte (per incanalare i pesci negli sbarramenti), oppure chiuse (per impedire ai pesci il ritorno al mare).

Queste “cannizzadas“ erano costruite dagli stessi pescatori che realizzavano dei rettangoli di canne ripulite e legate con spago o giunchi delle dimensioni di 6 metri di lunghezza ciascuna (“is prantas”) le quali, unite tra loro, formavano i lati delle chiuse (pinnadas) che raggiungevano, in alcuni casi, 50-60 m di lunghezza.

 

In questa vecchia immagine possiamo osservare alcuni pescatori che si riposano dopo aver pulito le canne (sotto di essi ne vediamo le foglie) per poter rinnovare “prantas” e “pinnadas”. Questo lavoro di sostituzione viene fatto due volte all’anno: a maggio e a settembre.

 

 Questi sbarramenti erano attraversati da passerelle di legno che agevolavano la pesca e l’attraversamento a piedi da una sponda all’altra.

 

 

La cosa senza dubbio piu' suggestiva da vedere in peschiera è, senza dubbio, l’afflusso e l’abbondanza di pesci nella camera della morte

 

I pesci, ormai imprigionati e senza via d’uscita, vengono cosi' pescati da un folto gruppo di pescatori che con l’aiuto di “pezzu mannu e “pezzigheddu”, circondano la camera della morte ed iniziano, sollevando le reti, ad avvicinarsi sempre piu' tra di loro restringendo a questo modo il cerchio nel quale i pesci sono rinchiusi.

 

Con un cerchio ormai ridotto al massimo

 

 

gli altri pescatori, dalla passerella, raccolgono il pesce con “s’obigu”