Un episodio di cronaca (tratto da “Baroni in laguna)
Prima della legge regionale sull’abolizione delle proprieta' feudali, negli stagni dell’Oristanese, i pescatori non autorizzati, spinti dal bisogno, entravano in acque padronali, col rischio, se scoperti, di venire uccisi dalle guardie private addette al controllo delle peschiere.
IL FATTACCIO
Il tempo era stato pessimo per tutto ottobre: acqua, vento, campagne allagate.
Un vero flagello. Condizioni ideali, pero', per i pescatori di frodo che hanno complici il buio, il freddo, il vento.
La sera del 28 ottobre 1958, riuniti a bere in una bettola di Baratili San Pietro, Angelo Mura, Raimondo Simbula, Giovanni Fanari e i fratelli Giovanni e Francesco Enna avevano deciso che si sarebbero trovati l’indomani, dopo il tramonto, in un punto detto Istadi, all’estremo nord dello stagno.
All’ora convenuta si ritrovano nel punto stabilito, ognuno sul proprio battello.
Il vento pero' e' cessato, non piove e, colmo della sfortuna, una luna grande e splendente illumina la notte!
Vengono ugualmente calate le reti. Dopo un bel po’ di tempo Giovanni Fanari sente voci, sbattere di remi nell’acqua e avverte i compagni di scappare. A non molta distanza sono spuntate le barche della Cooperativa Pontis.
Fanari e i fratelli Enna si allontanano sollecitando Simbula e Mura a sbrigarsi, ma loro, con una scrollata di spalle, decidono di rimanere. Tornano a curvarsi sull’acqua nera, le reti pesano…
Per Angelo Mura e' la prima uscita abusiva. Ma lui ha fatto tutto in ritardo: ha camminato a tre anni, ha cominciato a parlare a dieci. E’ lento in tutto ed e' considerato il babbeo del paese.
Raimondo Simbula e' diverso: e' il tipo che non si lascia mettere i piedi in testa, e' il classico “duro”; non e' abituato a sottomettersi, men che meno con le guardie di peschiera. Il mese scorso, a settembre, per qualche muggine preso di nascosto, si e' “beccato” una bella condanna e ha fatto un giorno di galera per ogni pesce preso. Ma perche' poi? Mica era entrato a rubare in un orto coltivato!
Aveva solo preso dei pesci che crescono spontanei in acque mandate dal cielo! Come poteva essere considerato reato?
Una barca avanza…la notte e' chiara come se fosse giorno…due uomini sono in piedi sulla barca.
- Presto, a terra, ci hanno visto - ordina Simbula raccogliendo veloce le reti.
Filano verso la riva col respiro ansante; ci sono canneti e giunchi dove nascondersi. Si sente un richiamo dalla barca. Ed ecco che, appena toccata la fanghiglia, appaiono in mezzo ai cespugli tre uomini.
- Sono in cinque, perduti siamo! - esclama Mura.
Adesso ha paura anche Simbula.
Indietreggiano con i fucili puntati verso i sorveglianti.
- Pensa alle guardie a terra, tu. Ai due in barca ci penso io.
Dalla barca uno grida: - Ma che, impazzito sei, Raimo’? Sposta quella canna di fucile!
Nulla. Simbula non ascolta, l’agitazione gli ha fatto salire il sangue alla testa.
- Spara, chiunque sia! – urla al compagno.
Quelli a terra avanzano guardinghi.
Dalla barca si sente qualcuno che grida a Simbula di lasciare il fucile. Lui urla che lo stagno e' di tutti. Uno sparo. Dal fucile di Angelo Mura e' partito un colpo, qualcuno in mezzo ai cespugli si lamenta, vacilla, cade. Gli uomini in barca sono impietriti, le altre guardie corrono via atterrite.
Simbula in fretta e furia raccoglie il cesto con i pesci, vi getta le reti, tremando.
- L’ho ammazzato? – gli geme vicino il compagno.
Senza rispondere Simbula si lancia in fuga nella palude, non è il momento di chiacchiere questo.
Mura arranca supplichevole e sfiatato dietro il compagno. Ha sempre più paura e l’aria fredda gli gela il sudore sul viso.
- Un momento, Raimo’…
Simbula si volta, l’aspetta, ma solo per dirgli: - Vattene! Noi stasera non ci siamo visti. Vattene!
Poi recupera la bicicletta dal canneto dove ore prima l’aveva nascosta e spingendola a mano si avvia sulla strada.
Angelo Mura sta un attimo a guardarlo, vorrebbe seguirlo, non ha piu' forze. Prima di lasciarsi cadere esausto sui calcagni, col pianto nella voce ancora domanda: - Dici che l’ho ammazzato, Raimo’?